DAI SFOGO ALLA TUA CREATIVITÀ PER NON AVERE RIMPIANTI: UNA FIABA PER IL COACHING

Chi l'ha detto che le fiabe sono solo per bambini? Le fiabe in realtà racchiudono in sé degli archetipi che possono essere molto utili come strumento conoscitivo, creativo e anche di crescita e cambiamento.

Attraverso l'uso dei simboli le fiabe ci aiutano ad uscire dai nostri schemi logico-razionali per trovare nuove soluzioni attraverso l'uso dell'immaginazione.

Per questo le fiabe possono diventare un potente strumento di coaching.

E la fiaba che oggi ti voglio proporre è stata scritta dalla bravissima Elisa Della Martire.

Parla di rimpianti e di come sia inutile fuggire da essi. E di come sia importante guardarli in faccia e accettarli per costruire a partire dal loro insegnamento la vita che davvero desideriamo. E la creatività può aiutarci in questo percorso.

Buona lettura!

 

 

LA CORNONNA

 

C'era una volta una vecchia che portava sempre un enorme fazzoletto arrotolato sulla testa.

Si diceva che fosse per coprire qualcosa di segreto e di spaventoso, eppure la vecchia conduceva una vita normale, senza particolari eccezioni.

Un giorno spolverando i ripiani della cucina una bottiglia ricolma d'olio d'oliva cadde in pezzi, e l'olio si versò.

Si fece una chiazza larga sul pavimento e la vecchia, cercando uno straccio per pulire il danno, scivolò.

Tutti i suoi nipoti accorsero per vedere cosa fosse quel rumore, e trovarono la donna a terra, il nodo al fazzoletto che aveva attorno alla testa sciolto.

Con gran stupore videro sulla testa della nonna per la prima volta due belle corna pelose come quelle di un muflone. Sporgevano grigie e dure, appuntite come forchette.

La nonna fu costretta a raccontare nei giorni seguenti, mentre si riprendeva a letto dalla brutta caduta, tutta la storia di come le fossero spuntate quelle corna.

Raccontò che ogni volta che accumulava rimpianto per le cose che avrebbe voluto fare e che non aveva fatto, rancore verso gli altri, oppure noia, quelle corna le si irrobustivano.

Aveva avuto sempre molta cura di nasconderle, per paura che tutti capissero come fosse misera e penosa la sua vita.

Diceva che la sua creatività, non essendosi potuta esprimere, per colpa della vigliaccheria, in altri modi, aveva prodotto quel paio di corna ben forgiate e solide.

Ora la nonna era troppo vecchia per riparare a tutte le sue occasioni perdute, a tutti i suoi amori lasciati per sempre, a tutti gli incontri a cui aveva rinunciato, a tutte le terre che non aveva visto.

Le corna del rancore erano lì sempre più pesanti, a ricordarle com'era andata realmente la sua vita.

Nemmeno parlarne serviva ad alleviare quel peso.

Un giorno però, il nipotino più piccolo, quello che voleva andare dalla nonna più spesso, si avvicinò a quella testa così bizzarra, a quel viso quasi mitologico dagli occhi spalancati di chi era stato smascherato, si avvicinò fino quasi a toccarla e disse:

 

« Nonna, ho trovato il modo. »

« Davvero, piccino? Dimmi. » disse la nonna, che si era giurata di non perdere mai più un'occasione, e di non essere più così cinica e fredda come era stata.

 

 

« Devi cercare di immaginare con tutta la tua forza una cosa così potente da sconfiggere tutto. »

« Non funziona » disse la nonna, e le corna scintillarono nel buio. « Sono diventata ormai una persona arida e noiosa, non posso immaginare una cosa tanto forte. »

 

« Io lo so che in fondo sei tanto buona. Non lo possono fare gli altri per te, devi essere tu stessa. »

E così dicendo il bambino se ne andò.

La nonna rimase sola nella stanza con lo scricchiolìo delle molle del letto.

« Cosa inventare? Cosa immaginare? » pensava la nonna non proprio sicura che l'idea potesse funzionare.

Pensò a tutta la sua vita ma le vennero in mente tutte cose normali, alle quali col tempo si era abituata a pensare.

Il suo matrimonio non era stato poi una festa e il lavoro le aveva tolto in seguito il tempo di pensare. I figli erano venuti senza particolare illuminazione e che li avesse cresciuti era semplicemente nel suo istinto.

Si avvicinava sempre di più al presente, e sapeva che sarebbe andata sempre peggio, così risalì col pensiero a quando era bambina, ma le vennero in mente solo ricordi poco sensazionali.

Ricordi nei quali rifiutava di partecipare ad un'attività extra-scolastica perché la scuola era lontana da casa, o quando rifiutava di proporsi per la lettura pubblica di un proprio tema per la paura di essere criticata dagli altri.

Si immaginò infine come sarebbe andata la sua vita se fosse avvenuta anche solo una piccola deviazione, chessò, un figlio disabile, oppure avere un naso tanto orribile da non trovare marito, o una professoressa di religione che la facesse appassionare alla vita da convento.

Tutto sarebbe stato meglio rispetto a quello che era diventata in realtà: un'arida nonnetta sugli 80 anni, senza molti argomenti interessanti di cui parlare, quasi analfabeta, con qualche acciacco ma in generale in buona salute, con dei nipotini ai quali era costretta di fare da baby sitter, che cucinava i pasti della tradizione con molta più malavoglia di un tempo ad una famiglia di stressati e ingrati caproni.

Cosa avrebbe immaginato, d'altro? Immaginò se stessa che portava i fiori alla tomba del suo defunto marito, solo all'inizio perché poi aveva trovato scuse per non farlo, vide la faccia arcigna dell'uomo nella fotografia, poi vide la sua propria faccia in una futura foto mortuaria, e quelle corna.

Si sbirciò nello specchio per la prima volta liberamente, senza timore che qualcuno potesse entrare, perché già tutti sapevano.

Quelle corna erano anche affascinanti, avevano un che di potente, di sovversivo. In fondo, quello avrebbe potuto essere il punto di partenza per la sua immaginazione.

Erano a ben guardare l'unica cosa insolita e speciale che le fosse mai capitata in vita, proprio a lei e solo a lei.

Si vide dapprima su un campo da pascolo a sgranocchiare dell'erba, con dei figli mezzi umani e mezzi quadrupedi, che le pascolavano attorno. Una risata come un singhiozzo leggero le sfuggì.

Poi, siccome ci prendeva gusto, immaginò sé stessa sorvolare di notte le case e le fabbriche con una scopa e una bella coda rossa, e far scivolare grosse bottiglie piene di olio dai camini rimanendo ad ascoltare ogni volta il « crash! » spaventoso.

Questa immaginazione la prese talmente che cominciò a dimenarsi, e più si muoveva più le corna le pulsavano. Ora era come la prima volta che erano spuntate, solo due leggeri dolori circolari dietro le orecchie.

Penso poi a un circo in cui a lei toccava sfidare un toro ad incornate, pensò a restare inavvertitamente incastrata per le corna alla torre Eiffel, ed altre immaginazioni insensate, alle quali da quella che sembrava un'eternità non si era più riuscita ad abbandonare.

Pensò tanto che aveva male alla testa e, in una giravolta soltanto, le corna erano sparite.

Nell'aria zuccherina del mattino venne a trovarla di nuovo il nipote prediletto, che le fece tante feste e congratulazioni.

« Ho capito, per stavolta. » gli disse, « Ma dovrò tenermi allenata, per impedire che ricompaiano. »

Il bambino annuì, e la nonna gli fece una carezza sul capo.

Elisa Della Martire
Dopo esperienze di studio e lavoro in Francia, nel 2014 si laurea in Lingue e Letterature Europee all’Università degli studi di Firenze. Ama scrivere ed è sceneggiatrice teatrale. Ha pubblicato in autoproduzione i romanzi brevi “Memorie di una studentessa sul davanzale” e “Qui finisce il sogno”.

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